Calabrone

Una Regione forte in un SUD con i numeri giusti.

Dopo l’inizio di dibattito in Consiglio Regionale e la relazione del Presidente Lacorazza (link), vogliamo sollecitare ulteriori spunti e quesiti.

Come la crisi odierna del regionalismo può diventare rinascita di un concertato sviluppo per l’intero Mezzogiorno e, a partire da esso,  per l’intero Paese?Italiaspezzataindue

Non è pensabile immaginare la crisi odierna soltanto come riflesso estremo di qualche sciattone che ha maldestramente maneggiato denaro pubblico. Non è concepibile senza una chiave di lettura del “divario” e di ciò che porta con sé. Senza comprendere la natura dei centri di potere all’interno dei quali il Mezzogiorno e le Regioni hanno dovuto muoversi.

Cavour diceva che “armonizzare il Mezzogiorno con il Settentrione d’Italia è impresa più difficile che avere a che fare con l’Austria e la Chiesa”. La questione meridionale ha dunque segnato il passo economico e sociale dell’Italia.

Tuttavia il divario non è un destino cinico e baro, subito dopo l’Unità le cose non erano esattamente così. Esistevano senza dubbio forti squilibri regionali, ma le differenziazioni interne alle due aree risultavano di gran lunga più importanti di quelle tra le due macroregioni[1]. Sono seguiti anni di avvicinamento ed allontanamento, all’interno e tra le due aree. E soprattutto mentre si è registrata una omogeneizzazione nell’area del Centro-Nord, ha prevalso una dinamica eterogenea dello sviluppo tra Nord e Sud, si è sviluppata quella che abbiamo imparato a conoscere come “questione meridionale”; si è insediata una struttura territoriale dualistica che caratterizza ancora il paradigma Nord/Sud, più di qualsiasi altro luogo in Europa.

Secondo uno studio di Vittorio Daniele e Paolo Malanima[2] possiamo tentare una analisi del divario attraverso una suddivisione della sua dinamica in quattro fasi, nel periodo compreso tra il 1891 ed il 2004. E dire subito che all’inizio del periodo il prodotto del Mezzogiorno risultava essere il 93% di quello del Centro-Nord. “L’aumento del divario è attribuibile sia a una minore dinamica della produttività del lavoro nelle regioni del Sud, sia ad un andamento inferiore del tasso di occupazione”.

Il primo periodo (1891-1913) è caratterizzato da questa dinamica e, dei 13 punti di crescita del divario, 7 sono imputabili al minore andamento della produttività.

Il secondo periodo (1920-1939) è caratterizzato da una minore dinamica migratoria, a cui si affianca il dato di una ridotta diffusione dell’industrializzazione al Sud dopo la guerra, dunque assume un ruolo più forte nel computo del divario il fattore produttività.

Il terzo periodo (1948 – 1973) è quello migliore. C’è un fortissimo recupero, quasi 8 punti percentuali. Dagli anni Cinquanta il Mezzogiorno conosce, come d’altronde tutto il resto del Paese, una età dell’oro in cui decolla il processo di convergenza. Non subito ma a partire dai primi ’60, per poi interrompersi bruscamente dopo i tre forti shock (salariale, petrolifero e di finanza pubblica). mappa_basilicataIn questa fase l’aumento della quota di reddito reinvestita (si avvia la Cassa per il Mezzogiorno) nei processi produttivi è maggiore. Pur tra avanzamenti e stop, cresce anche la consapevolezza di un Paese che ricostruisce e costruisce impresa. Si è parlato di un sistema polarizzato: da un lato il capitalismo produttivo intorno a cui si addensa l’arco che va dalla Dc ai nittiani, dall’altro l’alleanza di classe che si stringe al PCI.

L’ultimo periodo coincide con un nuovo paradigma, dallo spostamento dei centri di potere e della variazione vincolistica (l’UE) che ci accompagna fino ad oggi.

A questo punto è facile pensare che si vogliano offrire attenuanti generiche ad un processo di continua frammentazione della spesa, di miscellanea programmazione territoriale. Ma forse è bene focalizzare le questioni e provare ad inserire una chiave di lettura non emergenziale. Purtroppo per punti.

Se da un lato si è inteso attivare un sistema di incentivo alle imprese attraverso la doppia leva del finanziamento in conto capitale e in conto interessi (ad imprese piccole e grandi senza fare differenza), e del sistema delle imprese pubbliche che avrebbe dovuto destinare al Sud il 60% degli investimenti in nuovi impianti e il 40% degli investimenti complessivi, dall’altro si è assistito ad uno spiazzamento dei centri decisionali e di spesa. Secondo Giannola, che giorni fa ha rilasciato sul tema una interessante intervista sul Quotidiano della Basilicata, “amministrazioni centrali, Regioni, enti locali, enti pubblici, economici e non, soggetti privati, erano tutti legittimati ad ottenere il finanziamento di interventi e di attività rientranti nella loro competenza, purché inseriti nei Piani di attuazione”.

E, sempre per punti poiché lo spazio è ridotto, non può non vedersi il forte mutare nel corso degli anni, fino alla soppressione negli Ottanta e la nuova disciplina dell’intervento straordinario, delle politiche per il Sud. Non può non cogliersi lo slittamento da quella che va sotto il nome di “economia consensuale” verso un nuovo paradigma, dopo gli shock suddetti; a cui non corrisponde un profilo di elaborazione programmatoria rispetto allo spostamento dei centri di potere.

Dunque: come non cogliere questo straordinario spiazzamento? Come non cogliere lo snaturamento del ruolo delle Regioni a partire dalla 616/76, poi la legge elettorale del ’94 e solo per finire la riforma del Titolo V? Come non comprendere il divario venutosi a creare tra la programmazione-promozione dello sviluppo ed il mero ed indifferenziato sussidio alle imprese?

Ed ancora: siamo sicuri che la fretta delle riforme per le riforme sia il rimedio? Province, Senato, Regioni e poi cos’altro?

Non è forse più sensato iniziare a stigmatizzare le occasioni mancate, confortate da numeri e contesti, a partire da un mancato coordinamento delle Regioni del Sud nelle politiche di comune interesse, su progetti di impatto strategico nell’area? E non è forse più onesto sottolineare anche le promesse non mantenute dallo Stato nazionale, sin dalla dimensione della spesa pubblica in conto capitale complessiva, destinata al Mezzogiorno, nel corso degli anni assai inferiore a quanto programmato? Qualcuno ricorda “Abolire il Mezzogiorno” di Gianfranco Viesti?

Ed infine, e non è una polemica, venuto meno un blocco politico che pure aveva lasciato intravvedere al Sud un raccordo tra i “migliori” leader e le migliori esperienze politiche, chi difende oggi gli interessi del Mezzogiorno e di una regione, la nostra, ricca ed appetibile?

È sbagliato semplificare all’eccesso se si vuole una rinnovata cultura della programmazione, del coordinamento. Ma soprattutto una cultura del controllo, del risultato, una maggiore efficienza della programmazione.

di Giovanni Casaletto


[1] L. Bianchi, D. Miotti, R. Padovani, G. Pellegrini, G. Provenzano. 150 anni di crescita, 150 anni di divari: sviluppo, trasformazioni, politiche. In Nord e Sud a 150 dall’Unità d’Italia. Numero speciale Quaderni Svimez, 2012, pag. 51.

[2] V. Daniele,  P. Malanima. Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia (1861-2004). Rivista di Economia Politica, 2007.