Calabrone

La riforma del titolo V della Costituzione: corsi e ricorsi storici dell’antimeridionalismo

Massimo Troisi in una delle sue piece teatrali ha detto che il Mezzogiorno viene chiamato in questo modo perché a qualunque ora è sempre mezzogiorno per mettere tavola e mangiare.Come scrisse nel suo meraviglioso saggio storico–politico Guido Dorso, meridionalista, antifascista e azionista, dal titolo “ La rivoluzione meridionale” pubblicato nel 1925 dalla Piero Gobetti Editori, l’unità d’Italia è stata “conquista regia”. Cioè l’esercito Sabaudo ha conquistato e annesso un altro stato, il Regno delle Due Sicilie appunto. A partire dall’unità d’Italia il rapporto tra nord e sud è stato sempre caratterizzato da una subordinazione del Mezzogiorno agli interessi del Nord.

Non sto a qui a citare la vasta storiografia in merito. Storiografia enorme, arricchitasi negli ultimi anni con il recupero storico dei Borboni in contrapposizione alle rivendicazioni federaliste e autonomiste della Padania.

Al di la del folklore e dei limiti di taluni tentativi storiografici c’è un dato che mi sembra ritorni nella Storia unitaria. A partire dalla nascita dello Stato unitario, la storia istituzionale si è caratterizzata per un rapporto in cui la relazione centro/periferia è da identificare con il rapporto tra Nord e Sud. Lo Stato unitario nasce ispirandosi al centralismo dello Stato francese e i tentativi di decentramento, che nel corso della Storia ci sono stati, sono finiti quasi sempre con il naufragare se non funzionali agli interessi dei ceti sociali egemoni del Nord. Perfino quando la classe politica di governo è stata rappresentata da meridionali gli equilibri tra nord e sud non sono cambiati. Le classi dirigenti meridionali, infatti, si sono accordate con quelle settentrionali per mantenere integri i privilegi e le rendite di posizione.

Il modo come si sono articolate le relazioni Nord/Sud, Centro/Periferia, sono insieme l’idea di sviluppo capitalista che hanno contraddistinto il sistema economico italiano, le relazioni internazionali e la storia istituzionale dello Stato Unitario. È possibile, addirittura, individuare una sorta di corsi e ricorsi storici. A seconda dei reali interessi dei gruppi sociali settentrionali lo Stato italiano è stato più o meno accentratore.

A partire dagli anni ‘90 del secolo scorso, sotto l’incalzare della Lega Lombarda e degli interessi che essa rappresentava, le riforme istituzionali sono state improntate al federalismo. Cioè i poteri dello Stato centrale sono stati ridotti fino al tentativo di devolvere molte materie di competenza dello Stato centrale alle Regioni. I gruppi sociali egemoni del Nord, fatti di piccoli e medi imprenditori, rappresentati dalla Lega, hanno individuato in “Roma ladrona”, nel sud parassita, scialacquatore, assistito, ecc gli ostacoli che si frapponevano tra il loro mondo e la nascita dell’Unione Europea. Sul piano politico ed istituzionale la rimozione è avvenuta attraverso il decentramento, il federalismo fiscale, il controllo delle risorse in funzione dei soli ed esclusivi interessi del territorio che le produce.

Sul piano politico è stato il primo governo Berlusconi a cercare di creare un nuovo equilibrio tra gli interessi del Nord rappresentati dalla Lega e quelli del Sud rappresentati da Alleanza Nazionale. E’ noto che il primo Governo Berlusconi ebbe una vita breve ed è stata la Lega Lombarda guidata da Bossi a provocarne la crisi. La mancata alleanza tra Berlusconi e la Lega alle successive elezioni politiche determinò la sconfitta del centrodestra e la vittoria dell’Ulivo guidato da Prodi. La pressione politica rappresentata dalla Lega Nord e dagli interessi sociali che essa rappresentava spinse il centrosinistra, in funzione elettorale, sul finire della XIII legislatura a modificare nove articoli della seconda parte del Titolo V della Costituzione introducendo le premesse per la costituzione di uno stato federale. Le modifiche vennero confermate dal referendum popolare.

Il successivo Governo di Centrodestra provò a modificare il Titolo V della Costituzione con la c.d. devolution, il progetto venne bocciato dal referendum popolare.

Oggi la necessità di modificare il Titolo V della Costituzione viene riproposto dal Governo Renzi e fa parte degli accordi in materia di riforme istituzionali sottoscritti con Berlusconi. Le riforme proposte recepiscono molte delle impostazioni previste dal Governo di centrodestra con Bossi Ministro delle Riforme istituzionali.

C’è un elemento che però da il segno profondo del cambiamento di verso e cioè il ritorno di talune materie strategiche allo Stato centrale. Dopo anni di abbuffate federaliste i soliti gruppi sociali dominanti del Nord hanno preso coscienza che il contesto è talmente cambiato che, per rendere competitivo il sistema produttivo, è necessario che il rapporto tra Nord e Sud diventi di nuovo il rapporto tra Centro e Periferia in cui sia il Centro, lo Stato centrale, a controllare determinate materia strategiche e fondamentali.

La contropartita per il Sud sarebbero le macroregioni. Visto che la devolution non ha consentito di racimolare risorse utili a finanziare la ristrutturazione del sistema produttivo industriale, ci si prova con la centralizzazione. Per liberare risorse bisogna ridurre gli spazi di partecipazione democratica operando nel senso dell’accorpamento di enti locali in nome dell’efficienza e della riduzione della spesa pubblica.

Il vero nodo della questione credo che sia l’idea di sviluppo che ha contraddistinto la Storia italiana dall’Unità ad oggi. Lo sviluppo capitalistico dell’Italia, per essere precisi del Nord, è stato sempre orientato verso la Mitteleuropa, quella del Sud doveva essere orientata verso il Mediterraneo ma così purtroppo non è stato. E’ sufficiente dare una scorsa rapida, ad esempio, alle relazioni internazionali che hanno contraddistinto la Storia diplomatica dell’Italia a partire dagli anni immediatamente successivi al raggiungimento dell’Unità. L’orientamento al Mediterraneo è l’eccezione più che la norma per cui il sud è rimasto escluso e continua a presentare limiti e ritardi. L’impressione è che ancora una volta sarà il Mezzogiono a pagare la riorganizzazione del sistema produttivo del Nord affinché questo sia competitivo con la Mitteleuropa, forse.

 

di Gerardo Lisco