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05 marzo 2008


VINCENZO VITI. COME PUÒ COMUNICARE LA FONDAZIONE

Cos’è una Fondazione di cultura per un partito nascente? E come può e deve “comunicare”? Sono due domande alle quali non è semplice rispondere. Poiché implicano due riflessioni: l’una ai limiti della banalità, l’altra di scenario, di contenuti, di strategia, insomma di “significato”.
La Fondazione, come l’hanno efficacemente definita Colangelo e Lacorazza, è una specie di “ircocervo crociano”. Per metà rivolta al “cielo” da assaltare, per metà alla terra da bonificare e alimentare. Non è un partito, ma neanche l’ Accademia dei desideri, il meccano delle illusioni. E’, possiamo dire, un luogo nel quale si analizza, si conosce, si tesse quella sottile trama tra presente e futuro, elaborando il lutto per il passato, ma esigendo di capitalizzarne le risorse, e di assumerle nel dna.
E come si “comunica” un’esperienza del genere?
Innanzitutto tenendo conto che la comunicazione è uno strumento, una delle modalità per collegare il progetto culturale alla platea, attraverso i linguaggi che oggi sono resi possibili dal mondo dei media.
I due terminali sono quindi il progetto (che è la missione) e la platea (che è quell’area civile che è necessario conoscere e analizzare). Mentre in mezzo si collocano gli strumenti della comunicazione.
Qui occorre essere chiari.
Siamo nel momento fondativo di una esperienza che ambisce ad essere innovativa: diversa quindi da quella finora vissuta e “percepita”.
Proprio perché innovativa gli esperti ci dicono che essa dovrà dotarsi di risorse quali lo stile, comportamenti adeguati, chiarezza degli obiettivi, semplicità del linguaggio, la percezione di sé da trasferire. Insomma ciò che in gergo tecnico si definisce il “brand”, che comprende sia il prodotto da “vendere” sia il complesso di azioni rivolte a suscitare empatia, fiducia, rassicurazione, gratificazione, emozionalità.
Va considerato inoltre che la comunicazione non può essere un vettore effimero, affidato a schemi variabili trainati dal sondaggismo: pur se esso non va demonizzato, ma utilizzato per esplorare, su campioni appositamente costruiti e solidamente testati, i flussi di sentimento civile e i fluidi emozionali che scorrono nella società italiana: per citare il Bauman di Modus vivendi, di modernità liquida, di paura liquida, che assume la “morfologia mutante” a regola e paradigma del cambiamento.
La comunicazione va quindi concepita, proprio nel cuore della grande rarefazione sociologica, come qualcosa di sistemico e strategico: deve durare nel tempo e deve trasferire percezioni solide.
Soprattutto se mercato e politica continueranno ad essere contesti competitivi, conterà sempre più la capacità di rendere solido e durevole il percorso di una impresa e affidabili la sua strategia e la sua organizzazione. Tutto ciò convalida la preferenza non per un partito volatile (meno che mai per un partito che denunci ciclicamente tic leninisti) quanto per un partito strutturato capace di coniugare sia le investiture dirette sia la delega secondo il paradigma della flessibilità ma anche della riconoscibilità e legittimità dei processi decisionali.
In relazione ad una struttura di questo tipo è possibile elaborare un progetto di comunicazione che si traduca sia in un approccio pragmatico (che verta sulla concretezza dei bisogni e delle speranze) sia in una vision (ch’è il sogno, la costruzione matapolitica).
Per quel che attiene agli strumenti (frèe press leggere e new media: siti internet, web, radio e tv, forum, blog, cellulari, circuiti televisivi fissi e mobili), occorre tener presente che ognuno di essi ha una sua platea, si rivolge quindi a segmenti che sono il frutto di una selezione quando non dell’alfabetizzazione digitale che purtroppo sconta divisioni e differenze se si tiene conto della lentezza con cui ancora oggi il paese si avvale della banda larga.
Nè va sottaciuto che, per quel che riguarda internet, esso coinvolge segmenti di popolazione caratterizzati da un sentimento elitario, nel senso che avvertono un senso di esclusività, di leggerezza, di libertà, di protagonismo: ciò che li pone fra le avanguardie in qualche modo privilegiate della interlocuzione politica. Tuttavia una delle forme da prediligere è la rivista periodica. Innanzitutto per la sua vocazione generalista. E poi per il suo fungere da laboratorio ed anche da vettore del discorso pubblico.
Non una rivista qualsiasi, un contenitore generico, ma uno strumento capace di una forte innovazione nel linguaggio, di un forte progetto etico civile, di un recupero dei punti alti delle tradizioni culturali e della riflessione politica e storica (con un confronto coraggioso, finanche spregiudicato) sui luoghi comuni della vulgata storico politica, dell’assunzione delle specificità della vicenda regionale come valore e della originalità ed evoluzione delle forze politiche lucane come fattori di ricchezza e di coesione civile. Un’impresa del genere e della qualità che sono descritte deve potersi aprire sia all’orizzonte generale delle grandi questioni etico civili (con una attenzione al loro impatto sulla società regionale, nel senso che esse vanno tradotte in una cifra comprensibile) sia all’orizzonte regionale (con una capacità di lettura degli interessi, valori, esperienze che sono andati maturando in Basilicata e con l’ambizione di elevarli a modello generale).
Non avrebbe senso una rivista laboratorio che si limitasse ad orecchiare analisi di scuola o a riprodurre schemi che vengono dall’esterno. Il suo sforzo deve soprattutto essere quello di sollevare il pavimento civile della regione liberandolo dai localismi, dai pregiudizi, dalle insicurezze e facendone il luogo di una piena e libera cittadinanza.
Fondazione e rivista non possono perciò che essere fra loro che come la mente e il braccio sperimentale. Sapendo che una capacità di elaborazione e di discorso pubblico incrocerà necessariamente questioni essenziali:
- un nuovo modo di guardare alla questione meridionale come il nodo etico – politico della rinascita del Paese. Con un rovesciamento di ottica: non è più solo il Paese che deve assumere la questione meridionale come priorità, ma è il Mezzogiorno (nelle sue articolazioni civili e istituzionali) che deve assumere il Paese ( e l’ Europa) come orizzonte e come prospettiva:
- il problema della classe dirigente e della governance. Nel senso di una classe dirigente provvista di vocazione generale, di cultura globale e insieme di forte investitura territoriale: lo slogan, non nuovo, è pensare globalmente, agire localmente. E nel senso di una governance che non si preoccupi solo di garantire la razionalità orizzontale, ma di imprimere una finalità (telos) verticale e strategica all’azione politica.
Solo così sarà possibile costruire un credibile progetto di comunicazione: trovandogli cioè una seria ragione sociale e ideale.
E’ giusto concludere sottolineando che, come negli anni 50 (gli anni dell’inizio e del fervore di una grande stagione di libertà e di cambiamenti), è necessario che si riproduca quel miracolo: quando la politica si assunse la missione di costruire la società, di darle forti (conflittuali, ma forti e credibili) valori di riferimento e di edificare l’Italia nuova.
Non è questo lo slogan di Veltroni, oggi? Non c’è la stessa enfasi sincera, la domanda di un ethos unificante?
Guai se il partito nascente cui guardiamo si limitasse a specchiare, riprodurre e subire i microrganismi, i batteri, le malformazioni corporative e clientelari (che sono talvolta figlie di primordiali istinti difensivi), le chiusure etiche e gli egoismi di cui è ricolmo il nostro habitat quotidiano. Se non vogliamo vivere in una società che nelle sue banalità e “liquidità” riproduca abitudini servili, non c’è altra strada se non quella dell’intelligenza e del coraggio senza aggettivi.