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CARMINE VACCARO. UN NUOVO PENSIERO DEMOCRATICO PER IL MONDO DEL LAVORO
L’ esigenza di rifondarsi, di rinnovarsi completamente, non è un’esigenza vitale solo della politica e delle forze politiche, ma investe l’ intero pianeta della rappresentanza sociale e particolarmente il mondo del sindacato confederale che, con i suoi oltre 10 milioni di iscritti, costituisce la forza largamente più rappresentativa del paese.
Nessuna realtà come il mondo del lavoro, infatti, è attraversata da trasformazioni così radicali alle quali facciamo fatica a stare dietro. Il più delle volte siamo costretti a rincorrere i problemi o a subire gli eventi.
Perciò proprio dal mondo del lavoro deve venire un sostegno convinto al progetto di questa Fondazione che si propone l’ambizioso obiettivo di parlare, discutere di “ tempo nuovo”, di come dare vita ad un nuovo pensiero politico democratico che guardi al futuro e non al passato, che sappia coniugare la solidarietà con l’efficienza e la competitività.
La democrazia ha bisogno di recuperare il soffio di uno spirito vivificatore. Quello che è necessario in questo momento è far crescere ed affermare una nuova cultura politica basata su una solida etica pubblica, sul rispetto dei diritti, ma anche sul senso di responsabilità e del dovere.
Fatto da un sindacalista questo discorso può apparire controcorrente, forse addirittura incoerente: il sindacato purtroppo è percepito nell’immaginario collettivo come una forza che tutela soltanto i diritti, se non addirittura i privilegi. Ma questo è vero solo in apparenza, e per una ragione semplicissima.
Senza i doveri è impensabile parlare di diritti, come senza produrre la ricchezza è impossibile immaginare una politica redistributiva.
Questo i lavoratori lo sanno : quelli che lavorano in fabbrica, nei campi, sulle impalcature, nei servizi, sanno bene che senza l’osservanza di doveri ben precisi è del tutto illusorio parlare di diritti.
Che cosa è oggi la deriva della politica italiana se non fotografia di una società senza il progetto di un destino comune, senza un’idea di un futuro collettivo.
Guardiamoci allo specchio con coraggio. Il nostro è un Paese talmente smarrito che vive di veline e di frivolezze, una sorta di “modello brasiliano” nel quale i problemi si nascondono dietro il divertimento, il consumismo e la scarsa propensione al lavoro e al sacrificio.
Un paese che sta naufragando nella melma del corporativismo e dell’egoismo nel quale chi tenta di fare il proprio dovere viene deriso, chi parla di doveri rischia il linciaggio, un ragazzo che studia viene chiamato secchione, chi cerca di spendere un po’ del proprio tempo per gli altri è considerato un eroe. E’ questo purtroppo il quadro a tinte fosche che il nostro Paese da di se all’esterno.
La politica invece di correggere queste storture le alimenta, le riflette drammaticamente dando un’immagine alla comunità internazionale di una nazione allo sbando.
Alla politica si deve chiedere di più, dobbiamo chiedere di più! Chi ha l’ambizione di rappresentare gli altri deve sapere che deve essere prima di tutto un esempio per gli altri, come spesso succede nella vita di tutti i giorni, nei luoghi dove purtroppo non arrivano le telecamere o i microfoni.
Nella mia modesta esperienza sindacale una sola cosa ho imparato : che i migliori sindacalisti, quelli che prendono più consensi, sono quelli che più di tutti fanno il loro dovere, che lavorano più degli altri, che si spendono per gli altri.
In questo senso la fabbrica resta uno dei contesti più edificanti dal punto di vista dello spirito collettivo.
Dico questo perché quello che più mi ha impressionato di Veltroni è il suo coraggio di parlare di “ cultura dei doveri” perché, cari amici e cari compagni, nel nostro Paese, dove tutti pensano a rivendicare qualcosa per se, ci vuole stomaco ad affrontare simili discorsi.
Poi certamente condivido gran parte delle sue proposte programmatiche, a partire da quella sul reddito minimo, inquadrato nell’ambito di un nuovo welfare, proposte che si rifanno a quelle dei moderni economisti più illuminati come Tito Boeri, ma vedere finalmente qualcuno che non ha paura di dire cose scomode, ma utili per il bene del Paese, mi ha veramente impressionato.
Ma tornando alla nostra fondazione BASILICATAFUTURO, credo sia una grande opportunità per costruire anche nella nostra regione una politica nuova , nuovi spazi di crescita del pensiero democratico , ma lo è anche per l’universo complesso della rappresentanza sociale e del sindacato lucano in particolare.
Noi organizziamo bisogni materiali e concreti, siamo a contatto con i problemi reali dei cittadini, specie di quelli più indifesi, ed avvertiamo in modo ancora più drammatico quanto sia forte lo spaesamento della politica di fronte ai problemi della vita economica e sociale.
Viviamo sulla nostra pelle quotidianamente, insieme ai lavoratori e ai pensionati, l’esperienza della cosiddetta globalizzazione, che altro non è se non l’asimmetria spiazzante del cosmopolitismo dell’economia e del localismo della politica.
Spesso alcune vertenze le facciamo con imprenditori invisibili, nei confronti dei quali il più delle volte siamo impotenti e disarmati come lo sono le istituzioni che tentano di supportarci.
Per questo soprattutto noi abbiamo bisogno di strumenti nuovi se vogliamo governare i cambiamenti dell’economia e del mercato del lavoro.
Penso, ad esempio, allo stesso contratto di lavoro, alla sua univocità e a come si rapporta con la contrattazione aziendale e territoriale; penso alla bilateralità; penso alle nuove politiche in materia di welfare che devono porsi i problemi di una società che è radicalmente cambiata e far fronte alle sue emergenze che si chiamano cittadini non auto-sufficienti, la disoccupazione e i periodi di inoccupazione, il rifiuto del lavoro e quindi la necessità di realizzare una integrazione degli immigrati; penso alle nuove forme di flessibilità, di come superare la precarietà facendo fino in fondo i conti con la competitività del nostro sistema produttivo.
Oggi il problema della flessibilità è piuttosto un problema di precarietà della famiglie e in questa direzione bisogna intervenire. Spesso, infatti, in una stessa famiglia convivono interessi diversi come quelli del genitore vittima dei processi di mobilità, il figlio impantanato in attività di fortuna, prive di tutela, e magari la figlia a cui nessun datore di lavoro è disposto a dare un’opportunità.
La stessa concertazione oggi è quella di cui parlavamo negli anni novanta o è qualcosa di radicalmente diverso? Il conflitto sociale, poi, lo possiamo lasciare solo all’estetica antagonista della sinistra più estrema o è un tema che riguarda anche noi, anzi soprattutto noi che crediamo nella spinta innovatrice della mobilità sociale?
Una società così sedimentata e complicata come quella che stiamo vivendo è attraversata da conflitti che non si possono eliminare, anzi che devono essere indirizzate a sconfiggere i conservatorismi.
Il tema, ancora, della dinamica del conflitto sociale per renderlo costruttivo e produttivo è un argomento quanto mai importante se vogliamo passare dalla logica dell’antagonismo disperato a quella dell’innovazione dinamica delle relazioni sociali.
Nel sindacato questi problemi ce li stiamo cominciando a porre anche se facciamo fatica a condividerli persino all’interno dei gruppi dirigenti.
Per la verità, se mi consentite un richiamo al mio sindacato, la stessa idea del sindacato dei cittadini, lanciata 15 anni fa da G. Benvenuto, anticipava questi argomenti.
Una forza come il sindacato che rappresenta milioni di persone deve porsi il problema dell’interesse generale e non può chiudersi nella logica esclusiva della rivendicazione salariale o dell’organizzazione del lavoro, senza interagire con le domande e le esigenze emergenti dagli altri corpi sociali.
Per questo noi aderiamo con fiducia a questa iniziativa nella consapevolezza che il lavoro e le sue trasformazioni starà sicuramente al centro dei suoi interessi.
Abbiamo in più occasioni tentato di aprire una pubblica riflessione su questi temi, insistendo per esempio sul rapporto tra lavoro e sapere e sul nodo delle contraddizioni generazionali.
Crediamo che un’istituzione di cultura politica, autorevolmente incardinata nel campo riformista, possa promuovere e far crescere un clima ed uno stile di pensiero da cui tutti, anche noi del sindacato, possiamo trarne grande giovamento.
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