home contatti area riservata


25 febbraio 2008


ROCCO COLANGELO. LA SCOMMESSA DELLA FONDAZIONE: ALLARGARE GLI ORIZZONTI E DECLINARE AL FUTURO UNITÀ E IDENTITÀ REGIONALE.

Una premessa è doverosa. La mia non è l’illustrazione ufficiale del progetto ispiratore della Fondazione BasilicataFuturo (FBF), ma piuttosto la riproposizione del filo dei ragionamenti che il gruppo promotore, un piccolo nucleo di willing, ha condotto per dare una configurazione embrionale ad un soggetto il cui assetto istituzionale ed operativo è ancora tutto da definire.

Provo a rispondere ad alcune domande propedeutiche che immagino i gentili convenuti si pongano. La prima: perchè la FBF? Le ragioni potrebbero essere innumerevoli, ma forse potrebbero condensarsi in un’altra domanda: perché il PD?

Non si tratta di un virtuosismo sofistico. Il fatto è che il punto di partenza dei nostri ragionamenti coincide perfettamente con le ragioni che presiedono alla formazione del nuovo partito: la crisi irreversibile del sistema politico, l’obsolescenza delle ideologie e culture politiche del ‘900, il vistoso deficit di fiducia e di credibilità che è all’origine della stanchezza della democrazia.

Aggiungo che, se il punto di partenza è lo stesso, anche la terapia immaginata è la stessa. Ed ha un nome preciso, ancorché non nuovo e non esente da declinazioni retoriche: si chiama “partecipazione”. Tutta la fase costituente del PD è interamente giocata sulla partecipazione e il partito sta crescendo pezzo su pezzo attraverso intensi e diffusi processi partecipativi. Ma anche la FBF è un cantiere appena aperto e la sua edificazione è rimessa alla qualità ed alla buona volontà di quanti vorranno impegnarsi a suo favore.

Una cosa mi pare chiara. Ripartire dalla partecipazione attiva e responsabile delle persone, al punto cui siamo arrivati, non è una cosa con cui scherzare. La partecipazione è oggi un contratto invisibile, oneroso ed esigente, un processo per nulla indolore, anzi il motore di fatti e spinte di innovazione inevitabilmente conflittuali.

E’ questa la temperie in cui nasce il PD. La sua è una sfida per andare oltre le culture identitarie, oltre i fili spinati dei campi di appartenenza, oltre la guerra fredda delle idee e dei valori, oltre i manicheismi e i trade-off delle ideologie del “secolo breve”: libertà vs. eguaglianza, efficienza vs. equità, meriti vs. bisogni, ecc.. Aggiungo: anche oltre quella rappresentazione della polarità destra/sinistra semplificata dalle metafore spaziali correnti.

Nel tracciare il profilo possibile del nuovo partito, Piero Lacorazza l’ha descritto come partito delle persone, delle competenze, delle autonomie, dando immediatamente un nome agli attori dell’innovazione della politica: una politica che disconosce ogni pretesa di onnipervasività e di autoreferenzialità e che ricerca i suoi caratteri distintivi nella riscoperta del valore irriducibile delle esperienze individuali, nella valorizzazione delle intelligenze e delle capacità, nel rispetto degli spazi del pluralismo sociale.

La seconda domanda riguarda appunto l’oggetto dell’iniziativa. Cos’è, cosa può essere la FBF? Allo stadio attuale di una elaborazione ancora parziale e provvisoria potremmo provare a dire, con il poeta, solo “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Sicuramente essa non è il classico think tank all’americana, nè si propone come il centro studi del PD. Pur facendo riferimento al PD ed alla sua area politico-culturale, essa è strutturalmente autonoma dal partito, tant’è che l’impegno in essa è incompatibile con l’esercizio di ruoli esecutivi nel PD e che per impegnarsi al suo internon non è richiesta l’adesione al PD.

Direi che essa vuol costituire uno spazio strutturato, situato sul confine del partito, per promuovere ed ospitare una ricerca libera e plurale, per allestire osservatori competenti ed autorevoli: un luogo di approfondimento critico per parlare di policy più che di politics, delle politiche più che della politica, per elaborare materiali di riflessione da mettere a disposizione dell’intera società politica ed opinione pubblica regionale.

E le aree tematiche provvisoriamente individuate, che dovranno essere implementate in progress, cioè via via che le risorse di competenza riusciranno ad addensarsi e autoorganizzarsi, altro non sono se non una specie di atlante teorico-progettuale del pensiero dell’area democratica e riformatrice, l’indice di quel nuovo lessico della politica che deve rinnovare i suoi concetti e persino le sue parole e, perché no, come diceva qualche anno fa Richard Rorty, che deve intonare nuove canzoni.

Dio sa quanto il pensiero dei democratici abbia bisogno di nuove fonti di ispirazione e di nuove coordinate di orientamento. Saltato lo schema e la scala dello Stato-nazione e, di conseguenza, svuotato quello che per un secolo è stato il “compromesso socialdemocratico”, siamo alla ricerca nella nuova dimensione globalizzata di un nuovo rapporto e di un nuovo equilibrio tra democrazia ed economia, tra uomo e natura, tra tecnica e specie, tra persone e comunità.

E’ lo sfondo, a mio modesto parere, di un nuovo umanesimo possibile, capace di ridare senso alla libertà/responsabilità delle persone e delle comunità: di quell’umanesimo del tempo nuovo, la cui istanza percorre i tratti più avanzati dell’elaborazione intellettuale contemporanea e di cui ho trovato una recentissima, mirabile tematizzazione di sintesi in un aureo libretto che vi suggerisco caldamente, Storia e destino di Aldo Schiavone.

Naturalmente mi guardo bene dall’inoltrarmi su un sentiero tanto impegnativo. Ma ciò che mi preme evidenziare è il bisogno per noi imprescindibile di riposizionare i nostri punti di osservazione, di adottare un approccio che attualizzi per noi il senso dell’oltre. Se c’è un valore cui non potremmo mai rinunciare è appunto quello che un grande vecchio della sinistra italiana, come Vittorio Foa, ha inteso indicare come il punto irriducibile di demarcazione tra le culture di progresso e quelle conservatrici: il senso dell’altro e dell’altrove, l’unica consapevolezza che può aiutarci ad uscire dalla gabbia e dalla miopia dei particolarismi e che può mantener vivo quello spirito di “trascendimento” della realtà costituita, che è poi l’eredità genetica tanto della cultura politica di ispirazione socialista quanto di quella cristiano-sociale.

Guardare oltre noi stessi, dunque. Non è forse questo il bisogno più urgente di una piccola realtà che si propone di ritarare la sua bussola culturale? di una società di piccoli numeri, poco più di niente nella scacchiera globale, che ha il suo nemico principale nella ristrettezza dei suoi orizzonti? di una comunità che ha la necessità di liberarsi, storicizzandoli, degli stereotipi dell’ideologia della distanza e della differenza, della cosiddetta “lucanità”? di una coscienza culturale che, per esemplificare, deve provare a riconoscersi un po’ di meno in Carlo Levi e un po’ di più in Sinisgalli?

Questo sforzo, beninteso, non è all’anno zero. Negli anni 90 questa ansia di modernizzazione ha assunto a stella polare l’Europa, e non è un caso accidentale se la nostra regione ha primeggiato nella implementazione dei programmi cofinanziati dall’Unione Europea. Forse senza che ce ne accorgessimo e al di là delle valutazioni che possiamo farne, l’Europa è entrata nelle pieghe della vita regionale introducendo logiche e standard che hanno conformato in profondità le nostre politiche pubbliche. Oggi l’aggancio alle dimensione europea è del tutto insufficiente, siamo chiamati ad allargare lo sguardo su scenari enormemente dilatati. E a me è parso di scorgerne il preannuncio già nella campagna elettorale del Presidente della Regione, quando lanciò lo slogan suggestivo della “regione senza confini”.

Un’ultima domanda: cosa possiamo attenderci dalla FBF? Tante cose, quante saranno capaci di farne le energie, le intelligenze che vorranno lavorare a dare concreta attuazione agli ambiziosi intendimenti che sottendono il progetto.
Lasciatemi esprimere l’augurio che essa riesca soprattutto ad incrementare e a far evolvere quella che costituisce la principale ricchezza di una società, il suo tesoro nascosto: alludo al cosiddetto capitale sociale, espressione nella quale la letteratura sociologica usa condensare il patrimonio delle virtù civiche, delle reti di relazione di fiducia, di affidabilità, di cooperazione che corrono tra persone, gruppi sociali, istituzioni, contesto ambientale.

Negli ultimi decenni, a partire dalla famosa indagine sulla civicness condotta da Putnam sulle regioni italiane per finire agli studi di Trigilia ed alle ricerche del gruppo di Meridiana, la riflessione sul Mezzogiorno ha insistito sempre di più sulla centralità di tale fattore nella interpretazione e valutazione dei trend evolutivi delle aree più arretrate del Paese, individuando in esso il differenziale decisivo del grado e della qualità dello sviluppo. Ho avuto modo di leggere proprio in questi giorni la ricostruzione della distribuzione geografica del capitale sociale nel nostro Paese, effettuata da Roberto Cartocci, e vi ho trovato ancora una volta la riprova di una corrispondenza lineare tra il livello della crescita economico-civile di un’area e la sua dotazione di capitale sociale, cioè la conferma che colmare o ridurre il deficit di senso civico e la scarsa disponibilità di beni pubblici resta la chiave di volta delle politiche di riequilibrio e di coesione che non sono riuscite ancora a riunificare il Paese. E non è senza significato che, nell’illustrare gli obiettivi del nuovo ciclo dei programmi comunitari, il ministro Bersani abbia indicato in questo obiettivo il terreno preminente dell’impegno che istituzioni e forze sociali devono saper esplicare nei prossimi anni.

Intravedo, dunque, nella produzione di più capitale sociale, nel consolidamento e rafforzamento dello spirito pubblico comunitario, la grande sfida dell’innovazione politica perseguita dal PD e, nel nostro piccolo, la mission possibile della nascente FBF. Non dev’essere questa, del resto, l’ambizione irrinunciabile di un partito che tende a concepirsi ed a proporsi come una sorta di partito-regione, custode e interprete del valore della coscienza unitaria dei lucani, anzi, più precisamente, di una unità regionale emancipata dalle retoriche premoderne o antimoderne e consapevolmente declinata al futuro?